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Viaggio in Islanda on the road

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l viaggio in Islanda, quello che hai in mente da tutta una vita ma che rimane nel cassetto senza capirne il motivo… o forse si!

L’Islanda è definita da molti – e giustamente – il Paese del fuoco e del ghiaccio. Una terra incantevole e fiabesca, ma anche a volte paurosa. Battuta da gelidi venti, rude e lontana da tutto, dove la natura sconfinata e potente come in poche altre parti al mondo la fa da padrona. Tra vulcani attivi (eccome!) e altri a riposo, fumanti solfatare e centrali geotermali attraverso cui le viscere della terra spingono in superficie zolfo e vapore.

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Immensi campi di lava e infiniti deserti, ma anche cascate spettacolari e impetuosi corsi d’acqua immersi nel verde delle praterie e dei fiordi. Pascoli sconfinati dove mandrie di cavalli e pecore fanno da contorno a pittoresche fattorie, il tutto contornato da un oceano freddo ed inquieto anche per i pescatori locali, tra i più temerari al mondo, che ogni giorno escono a largo accompagnati da foche e balene.

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Ecco, forse è per questo che abbiamo aspettato tanto per il nostro viaggio in Islanda, ma è per questo stesso motivo che ce ne siamo follemente innamorati!

I suoi 300.000 abitanti, di cui una gran parte concentrati nella capitale Reykjavík, e la quasi totale assenza di altri centri abitati che si possono chiamare città, fanno sì che questa bizzarra popolazione, perlopiù collocata in fattorie che sembrano essere ai confini del mondo, sia in minoranza persino rispetto ai montoni che pascolano nelle praterie.

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Ciò nonostante da qualche anno l’Islanda è diventata una delle più ambite destinazioni on the road a livello mondiale, nonostante la scarsa capacità ricettiva e i prezzi davvero alle stelle.

Itinerario del nostro viaggio in Islanda

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Pochissimi alberghi, una sola strada asfaltata (con qualche piccola eccezione), la “Ring road“, su cui si fa un giro completo dell’isola di circa 2000 km. Uno spettacolo senza pari.

A qualcuno i chilometri da fare possono sembrare tanti, soprattutto leggendo sul web che serve assolutamente una 4×4, che si devono attraversare guadi e chissà cos’altro, che richiede abilità e spirito d’avventura, ma la realtà è un po’ diversa e ora vi raccontiamo la nostra!

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La Ring road, o strada numero 1, è una extraurbana a due corsie, perfettamente asfaltata al 90% con manto drenante (ci mancherebbe!) e con ottima segnaletica, insomma meglio di molte autostrade europee. Tant’è che il limite massimo di 90 km/h si supera facilmente, perciò attenzione agli autovelox, comunque sempre ben segnalati, e alle auto della polizia concentrate perlopiù nella parte sud (forse perchè è la più turistica). Il traffico è un termine del tutto sconosciuto. In più, ci sono continui rettilinei con ottima visibilità (dato che in Islanda non crescono alberi) che permettono di sorpassare con estrema facilità e sicurezza.

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Facendo il Ring si visitano quasi tutti i luoghi più noti dell’Islanda, il tutto in circa 10 giorni. Due settimane al massimo se proprio ve la volete prendere comoda… ma visti i prezzi forse è meglio sbrigarsi! Noi abbiamo fatto esattamente 10 notti, che potrebbero essere ridotte a 9 qualora vogliate saltare la visita ad Askja. In tutte le tappe abbiamo soggiornato 1 notte, tranne a Myvatn in cui siamo stati 2 notti per permetterci di visitare Askja.

Le tappe per il pernottamento sono state:

1. Reykiavik

2. Grundarfjörður

3. Glaumbær

4. Husavik

5. Myvatn (2 notti)

6. Egilsstadir

7. Jokulsarlon

8. Hvolsvöllur

9. Geysyr

Il nostro viaggio in Islanda è iniziato ovviamente da Reykiavik, ma al contrario della maggior parte dei tour organizzati abbiamo percorso il Ring in senso orario, non per una reale ragione, nè tantomeno per fare gli originali. Semplicemente perché nella prima fase organizzativa non riuscivamo a trovare disponibilità nelle strutture seguendo il giro canonico e allora ci siamo detti “perché non provare al contrario?”. Ed è così che il nostro viaggio ha preso forma!

Come muoversi in Islanda

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Riguardo alla scelta dell’auto per il viaggio in Islanda (4×4 o una normale macchina da città?) si deve considerare il proprio spirito d’avventura e la stagione. Innanzitutto questi consigli valgono solo ed esclusivamente per il periodo estivo (da giugno a metà settembre), perchè d’inverno la scelta deve tener presente condizioni meteorologiche estreme e l’impossibilità di raggiungere alcune località.

Riguardo poi allo stile del viaggio, se ci si vuole limitare alla Ring Road qualsiasi macchina può andare bene, ma occhio: il tempo cambia con grande rapidità e comunque il vento, la nebbia e la pioggia sono sempre al di sopra delle aspettative.

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Chi invece vuole avventurarsi verso l’interno del paese, deve assolutamente sapere che il 99% delle strade sono sterrate e, sebbene sia assolutamente vietato l’off road vero e proprio, i percorsi sono sterrati e per questo percorribili solo ed esclusivamente con un 4×4. Se poi il vostro spirito di avventura vi porterà a voler esplorare zone remote, dormire magari in tenda e provare perciò esperienze estreme, la necessità di noleggiare un Big Foot anziché un normale 4×4 è scontata.

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Non avendo tali velleità, noi abbiamo optato per una soluzione intermedia: una Jeep Renegade 4×4 che inaspettatamente si è rivelata veloce e sicura anche sui percorsi sterrati e che – essendo fatti da islandesi – permettono di viaggiare comunque a 90 all’ora.

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Nel nostro giro, l’unica vera (ed indimenticabile) avventura è stata quando abbiamo deciso di raggiungere il cratere Askja, nel cuore dell’Islanda, ma di quello vi racconteremo più tardi.

Infine, occorre spendere due parole sulle distanze tra le varie tappe. Queste variano tra un centinaio di chilometri a oltre 300, ma il paesaggio è talmente mozzafiato e la strada così veloce e rilassante, oltre alla totale assenza di traffico, che guidare per due, tre o quattro ore al giorno non pesa assolutamente. Anzi, si rallenta e ci si ferma di continuo per scattare foto, ammirare le meraviglie che si incontrano o fare due passi per raggiungere qualche scogliera o cratere.

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Dove dormire

Come sempre abbiamo organizzato tutto il viaggio da soli e forse l’unica piccola difficoltà che abbiamo trovato nella fase inizale è stata riguardo alla scelta delle strutture in cui soggiornare. Un po’ perchè abbiamo iniziato la programmazione con grande ritardo (a luglio per metà agosto), un po’ perchè la stagione turistica è tutta concentrata nei tre mesi estivi, e soprattutto perchè come abbiamo detto prima le strutture in generale sono poche e gli hotel ancora meno. Il tutto, poi, a prezzi esorbitanti.

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Ad un certo punto, presi dallo sconforto di non trovare nulla che rispondesse minimamente ai nostri standard qualità-prezzo avevamo anche pensato ad un camper, anche questo carissimo (circa €4.000 per 10 giorni). Ciò che ci ha fermati è stata innanzitutto la scoperta che i campeggi islandesi non sono attrezzati a tutto punto come nel resto d’Europa o negli Stati Uniti.

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Per la maggior parte si tratta di prati sparsi qua e là senza alcun servizio tranne una capanna adibita a bagno in comune. Il secondo motivo invece era il non voler essere limitati dalle dimensioni del camper per poter fare anche un giro all’interno del paese.

Alla fine però ce l’abbiamo fatta ed è stato tutto perfetto. Abbiamo innanzitutto scartato gran parte degli hotel, tra cui la più diffusa catena locale, Fosshotel, perché ad agosto il costo di una camera per 4 (2 adulti e 2 bambini) variava fra tra 500 e 900 euro a notte, assolutamente non giustificate, e abbiamo quindi ripiegato per sistemazioni più modeste, ma comunque estremamente confortevoli come le guest house.

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Passando sopra al fatto che per una camera in una guest house islandese si sborsa più o meno quanto per un 5 stelle sulla Costa Azzurra, che quasi sempre hanno il bagno in comune, che sono quasi interamente arredate da Ikea e che dall’esterno sembrano degli edifici industriali, si capisce subito che lo stile locale è questo e dopo poco lo si inizia ad apprezzare fino al punto da non volersene più andare.

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La perplessità sulla innata simpatia degli islandesi letta in alcuni racconti di viaggio su internet si è rivelata corretta: data la longitudine infatti ci sembrava strano che fossero così “calorosi” come qualcuno li aveva descritti.. e avevamo ragione. Per quanto disponibili ad aiutare (parlano tutti perfettamente inglese quindi è piuttosto facile ottenere qualsiasi informazione) si sforzano parecchio per essere gentili. Insomma, la freddezza della loro terra è assolutamente proporzionale a quella degli abitanti.

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1° giorno – Reykjavik

Atterrando nel primo pomeriggio all’aeroporto di Reykjavík, che dista circa 45 minuti dalla capitale, ci siamo recati prima al noleggio auto per ritirare la nostra Jeep e subito dopo nel centro della città.

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Appena usciti dallo scalo, ci si rende subito conto di trovarsi in un luogo diverso da tutto. L’autostrada attraversa un immenso deserto lavico, mentre le nuvole basse e cupe completano il paesaggio regalandoci quella sensazione di trovarsi alla fine del mondo che rimarrà invariata per tutto il viaggio.

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Il nostro arrivo a Reykjavik è avvenuto in una giornata molto particolare, la Notte della Cultura. Un avvenimento che si ripete da 25 anni e che trasforma la capitale islandese in un incubatore di artisti di ogni genere. Concerti, balli di gruppo, mostre d’arte e tanta gente proveniente da tutto il paese. Questo evento ha comportato sicuramente il pregio di aver visto la città in un momento particolare e molto interessante anche dal punto di vista sociologico in quanto non ci sono molte occasioni di vedere tanti islandesi nello stesso luogo. Il lato negativo di tutto ciò è stata senz’altro la penuria di hotel disponibili e soprattutto i prezzi alle stelle delle poche camere rimaste (anche per gli standard islandesi!).

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E’ così che alla fine abbiamo optato per una appartamento in pieno centro in un residence completamente automatizzato (dal codice per entrare a quello per ritirare la chiave), carino e pulito. Nel bagno c’era un avviso di non impressionarsi per il forte odore di zolfo dell’acqua calda in quanto questa, molto salutare, proveniva dalle fonti geotermali, mentre l’acqua fredda direttamente dalle sorgenti e quindi era potabile e molto buona… Un ottimo benvenuto!

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L’atmosfera, soprattutto con il brutto tempo frequente anche in estate è un misto fra noir e punk, senza un minimo di senso estetico che ha la sua massima espressione nel monumento più importante: l’altissima moderna chiesa Hallgrímskirkja che può essere tranquillamente annoverata tra le costruzioni più brutte al mondo.

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Il centro è composto da basse casette molte colorate e con facciate spesso adornate da murales, due strade di negozi e localini, mentre in fondo alle strade laterali si intravedono qua e là edifici di architettura moderna d’avanguardia, bella ma molto – sin troppo – nordica. La zona più interessante è sicuramente il “centro storico” :) (da italiani non possiamo fare a meno di sorridere) la cui via principale è Adalstræti. Poco distante  c’è l’Harpa Concert Hall and Conference Center, il porto e Austrvöllur, la piazza principale della città.

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Già dopo poche ore a Reykjavik abbiamo compreso due problemi che sono rimasti immutati fino alla fine del viaggio. Il primo è la pressoché totale assenza di alcolici. La birra nei negozi è tassativamente light, mentre per una normale lattina (la cui vendita è stata vietata fino al 1989) nei bar/drugstore si pagano anche più di 10 euro.

Il secondo problema come abbiamo già detto prima, sono i prezzi, davvero alti. Una pizza costa 15-20 euro, un panino all’autogrill 9-11, un piatto al ristorante tra i 30 e i 40.

2° giorno – La Penisola di Snæfellsness

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La mattina seguente siamo partiti da Reykjavík in direzione nord, verso la penisola di Snæfellsness, la nostra prima tappa.

Strade deserte, panorami mai visti prima, piccoli vulcani che sorgono qua e là in mezzo alla pianura, nessun albero, solo erba bassa e muschio, formazioni laviche a ricordo delle recenti e più antiche eruzioni e piccoli gruppi di montoni che pascolano placidamente.

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Eravamo come rapiti da questa natura così particolare e inusuale. Panorami che colpiscono chi ci mette piede per la prima volta, che sembrano usciti da una storia fantasy. Ci si ferma a vedere il piccolo Eldeborg Crater, il primo di una lunga serie che ci attende nel giro dell’Islanda.

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Dopo un’oretta di strada il paesaggio cambia completamente, cosa molto frequente in Islanda dove si passa in modo sorprendentemente rapido da deserti lavici e paesaggi che sembrano appartenere ad altri pianeti a verdi pascoli e campi coltivati, ghiacciai e estuari di fiumi come se si attraversasse una porta tra due mondi paralleli.

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Incominciamo ad incontrare isolate fattorie sparse sulle pendici dei monti di roccia nera che scendono verso l’oceano.

La nostra prima sosta sulla penisola è la spiaggia di Ytri Tunga, con grandi sassi ricoperti di alghe, luogo di riposo per i due tipi di foche che qui sono di casa. È difficile raggiungere l’oceano ma anche da lontano si vedono le foche stese sugli scogli o che nuotano nelle gelide acque.

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Da qua inizia un tratto di strada davvero strepitoso. Da un lato le montagne solcate da altissime cascate d’acqua, dall’altro una costa frastagliata e scenografica.

La strada è contornata da campi di lava coperti di uno spesso strato di muschio verde chiaro in cui quasi si sprofonda camminando.

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Dopo poco una stradina secondaria ci porta dritta al mare in un tratto segnato da una natura che toglie il fiato. Pareti verticali battute dalle onde, foche che nuotato sotto di noi, gabbiani che riposano nelle insenature della roccia. Natura allo stato puro, potente ed impressionante. E’ il piccolo ma affascinante borgo di Arnarstapi.

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A proposito delle stradine sterrate che s’incontrano lungo quella principale, la n.1, quasi sempre conducono in luoghi bellissimi, a volte inaspettati. Prendetele, anche a caso, tenendo sempre in mente che laddove ci sono altri veicoli significa che il posto merita.

Subito dopo si arriva all’entrata dello Snaefellsjokul National Park. C’è da dire che a differenza di altri paesi come ad esempio gli USA, dove si paga per entrare nei parchi, in Islanda, forse come premio per essere arrivati fin qui, ogni luogo o attrazione naturalistica è completamente gratuita.

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L’entrata nel parco Snaefellsjokul è segnalata da due pannelli lungo la strada e in lontananza si intravedono le bizzarre forme dei faraglioni sulla nerissima spiaggia di rocce laviche. Continuiamo a rimanere a bocca aperta ad ogni metro!

Proseguendo si arriva a Djúpalónssandur, un’altra spiaggia nera dove giacciono i resti arrugginiti di una nave mercantile affondata a largo e che le maree hanno portato fin qui.

Proseguendo sulla costa l’ultima sosta della giornata prima della nostra destinazione finale è il cratere Saxholl, praticamente a ridosso alla strada, risalente ad un eruzione di 4000 anni fa.

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Dormiamo nel pittoresco villaggio di pescatori di Grundarfjörður che, per i canoni islandesi, potrebbe essere definito una vera città visto che ha una quarantina di case. La baia è stupenda, contornata da monti che si sollevano dall’acqua, e nel porto ci sono si e no 4 piccoli pescherecci e la barca per il whale watching di Laki Caffè, l’unico posto dove si poteva cenare alle otto di sera, un po’ “lurido” ma accettabile. Abbiamo alloggiato nell’Hotel Framnes, niente male come pulizia e rapporto qualità-prezzo (ricordatevi che quando ci pronunciamo così è sempre tenendo presente lo standard del loco).

3° giorno – Il nord-ovest

Il giorno dopo ci attendevano quasi tre ore di viaggio. Il primo tratto, ancora sulla costa nord della Penisola, è magnifico. Costeggiandola, attraversando i fiordi fino ad arrivare ad una distesa di sassi lavici, si svolta per la Fattoria degli Squali di Bjarnarhofn, dove è stato allestito anche un museo in cui si può apprendere la tecnica di produzione dell’hákarl, la carne di squalo considerata una “prelibatezza” della zona.

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Dopo esserci informati sul sapore abbiamo rinunciato ad assaggiarla. Dicono sia un misto tra ammoniaca, per via dell’urina degli squali che sono gli unici animali che la espellono attraverso la pelle, e formaggio andato a male!

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La tappa successiva è il bellissimo paesino di pescatori Stikkysholmur, il cui porticciolo è costruito intorno ad una grande roccia monolitica che sporge dall’oceano. Il luogo è talmente nordico che più non si può, con case rivestite di lamiera color rosso, barchette rosse e persino un faro rosso. Una piacevole sosta per un caffè.

Nel programmare il nostro itinerario avevamo deciso di saltare i Fiordi dell’Ovest visto che non avevano particolari punti di attrazione.

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Così, andiamo dritti verso Blonduos. Le sorprese lungo la strada sono tante, dai soliti panorami alla strada che, nonostante ci trovassimo sulla n.1, all’improvviso diventa sterrata per diversi chilometri.

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Passiamo per Selasetur, paesino lungo un bel fiordo a 6 km dalla Ring Road, segnalato da una grande foca. In centro si trova l’Island Seal Center il Museo delle Foche. Bisogna dire che l’Islanda prolifera di musei improvvisati, un po’ fai da te, e la sensazione è che chi ha un’attività commerciale legata alla natura o semplicemente una porzione di casa inutilizzata fa un museo di qualcosa.

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Da Selasetur ritorniamo sulla strada principale e pian piano il paesaggio si fa più verde e – a sorpresa – anche coltivato. Si arriva ad una infinta vallata che scompare solo a ridosso delle montagne all’orizzonte, attraversata da un grande fiume.

Seminata di fattorie dove colorati trattori e macchinari che sembrano dei giocattoli raccolgono l’erba o arano la terra, la zona di Varmahlíð è nota anche perché qui ci sono i più importanti allevamenti di cavalli.

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Una passeggiata a cavallo è d’obbligo (meteo permettendo) anche perchè la razza locale, di bassa statura e dalle enormi criniere, permette a chiunque di fare una cavalcata in piena sicurezza. Tanto se si cade, grazie all’altezza ridotta e al soffice prato, non ci si fa male!

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Lasciamo i bagagli nella guesthouse Syðra-Skörðugil affacciata sulla vallata, di pertinenza ad una fattoria con enormi stalle per centinaia di animali, e andiamo subito a Glaumbær, l’attrazione della zona: le antiche casette con l’erba sul tetto. Le costruivano così, e alcuni lo fanno tutt’oggi, per proteggersi dal vento e dal freddo. Davvero pittoresche sono da vedere assolutamente, anche per il meraviglioso contesto in cui sono inserite.

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Torniamo alla guesthouse e ci buttiamo nella vasca d’idromassaggio all’aperto con acqua calda di sorgente!

4° giorno – Akureyri e le Balene

La mattina del quarto giorno partiamo in direzione Akureyri, la seconda città dell’Islanda, edificata alla fine di un lunghissimo fiordo e che si trova a meno di 100 chilometri dal Circolo polare artico!

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Definita la Capitale del nord, con i suoi 18.000 abitanti è pari come popolazione ad un piccolo comune italiano. Molto carina, forse merito del bel tempo che ci ha fatto apprezzare l’architettura e la particolare posizione geografica, Akureyri merita una sosta ma nulla di più, salvo ci si voglia pernottare usandola come tappa del viaggio.

Da lì risaliamo il fiordo verso la prossima meta, la meravigliosa Godafoss, la “cascata degli dei”, la prima di una lunga serie che ci propone uno spettacolo d’acqua spettacolare. Da non perdere!

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Lasciamo Godafoss e dopo poco raggiungiamo Husavik, cittadina famosa per essere il punto di partenza più famoso per il whale watching ossia le spedizioni organizzate per osservare le balene. Qua tutto ruota intorno al business delle balene.

Situata quasi all’estremità più settentrionale dell’isola, Husavik è il porticciolo più affascinante che abbiamo visto in Islanda, complice anche l’atmosfera d’avventura dovuta alla presenza delle dei gommoni e delle barche con cui si esce nelle fredde acque dell’Atlantico del Nord.

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A Husavik abbiamo prenotato ben 2 whale watching tour, uno nel pomeriggio del nostro arrivo su una barca tradizionale di circa 20 metri, e l’altro la mattina dopo, con un gommone per poche persone.

Alle 15 puntuali ci siamo presentati alla reception della North Sailing, la compagnia con cui ci siamo imbarcati sulla Bjossi Sor, una classica e solida imbarcazione di legno.

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Prima della partenza ci hanno fatto indossare delle calde tute impermeabili come quelle usate dai pescatori locali, e appena pronti abbiamo lasciato il porto per dirigerci a largo, laddove le balene stazionano ogni estate per un paio di mesi, approfittando dalla temperatura dell’acqua che fa proliferare il plancton di cui sono ghiotte. In autunno, infatti, l’acqua si raffredda e le balene intraprendono un lungo viaggio da qui fino alle Hawaii.

Oltre ai ricercatori posizionati sulla torretta che cercano di intravedere qualche pinna o coda per indicare al capitano di dirigersi in quella direzione, anche i passeggeri sono avvisati di tenere gli occhi aperti e segnalare eventuali avvistamenti. Ci dicono chiaramente che non si tratta di uno zoo, ma dell’habitat naturale di questi enormi e misteriosi cetacei… se saremo fortunati ne vedremo, altrimenti pazienza!

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Passano quasi 40 minuti senza vedere nulla. Ogni tanto qualche spruzzo in lontananza, ma poi calma piatta.

Alla fine, però, la pazienza viene premiata: il dorso gigantesco di una balena esce dall’acqua a poca distanza da noi, per poi riemergere seguita dopo qualche secondo dalla coda che si alza lentamente e spinge poderosamente l’animale in profondità.

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L’emozione è tanta. Intorno a noi ci sono 2 balene di circa 20 metri e una ventina di tonnellate di peso. Per respirare devono per forza emergere ogni tanto ed ecco spiegato il perché sono così facili da osservare.

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A un certo punto una delle due riappare costeggiando la barca ed inizia a fare un gioco con la pinna, alta un paio di metri o forse di più. La alza e poi la sbatte sulla superficie dell’acqua. L’equipaggio dice che nessuno sa perché lo stia facendo, se per felicità, allegria o al contrario stress o nervosismo.

Poi si allontana, s’immerge e dopo poco… un salto, accompagnato dall’esclamazione dei passeggeri! Ci si sente come in un documentario di National Geographic. Segue un altro salto e un altro ancora. E’ uno spettacolo unico!

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La gita dura 3 ore e arriva il momento in cui dobbiamo tornare nel porticciolo. La barca vira e mentre ci godiamo il paesaggio con il sole ancora alto (tramonta verso le 21:30), ci servono della cioccolata calda e dolci.

Soddisfatti e ancora un po’ frastornati dallo spettacolo a cui abbiamo assistito, una volta in porto saliamo in macchina e ci dirigiamo lungo la costa verso la guesthouse Tungulending. Seguendo le istruzione ricevute via mail dalla struttura svoltiamo dopo una decina di chilometri a nord di Husavik su una strada sterrata, apriamo un cancello che serve e non far uscire il bestiame, e proseguiamo fino al mare.

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Ed è lì, praticamente sull’acqua, a ridosso della scogliera, che si trova l’unica costruzione sull’intero promontorio di Tjornes, inaugurata nel 2015 è dotata di un’atmosfera incredibile. Sembra di trovarsi sul set di un film, naturalmente nordico, con il proprietario che prepara la cena per gli ospiti (da prenotare e consumare rigorosamente entro le otto), bagno in comune ma camere bellissime, lenzuola profumate e cuscini enormi.Un’ottima conclusione di una magica giornata e qualunque sia il vostro giro, se passate per Husavik, non perdete questa location.

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Il quinto giorno comincia dopo un’abbondante colazione con un altro whale watching, questa volta però a bordo di un potente gommone di tipo militare, con file di sedute per i passeggeri, messo a disposizione dalla Husavik Adventures. Rispetto alla barca del giorno prima è un’esperienza diversa, non possiamo dire se migliore, solamente più adrenalinica (e anche più costosa).

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Il gommone permette di muoversi velocemente ed inseguire ogni balena non appena se ne scorge la sagoma in lontananza, oltre a potersi avvicinare quasi toccandola. L’imbarcazione è potente e il freddo – nonostante le solite tute in dotazione – è davvero pungente, d’altronde ci si trova a volare a 30 o 40 nodi in mezzo dell’Atlantico del Nord.

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Questa volta le balene non saltano, sono più pigre, mangiano e nuotano, ma riusiamo quasi a sfiorarle quando stanno in superficie ed è fantastico.

5° giorno – Lago Myvatn

Rientrati in porto saliamo sulla jeep e lasciamo a malincuore Husavik per dirigerci verso l’interno con varie tappe intermedie fino a raggiungere il Lago Myvatn.

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Appena lasciamo la costa verde e rigogliosa il paesaggio si fa lunare o, meglio, marziano (da queste parti, infatti, sembrerebbe che abbiano girato “The Martian” con Matt Demon). E’ un piattissimo deserto lavico, poi rossiccio e sabbioso, che viaggia parallelo al Parco Nazionale Jokulsargljufur (dalla strada 85 a nord, fino alla cascata Dettifoss) dove è anche possibile entrare e fare trekking.

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Dall’alto del Canyon si incontra prima la cascata Hafragilsfoss, con vari punti panoramici, frastuono e corrente talmente impetuosi e violenti come se volessero mostrare ai visitatori tutta l’indomabile potenza di questa terra.

La seconda cascata è Dettifoss, alta 45 metri, il cui corso d’acqua prosegue in un uno spettacolare canyon lungo oltre 25 chilometri.

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Visitata anche questa, proseguiamo fino al Lago Myvatn che sarà l’unica tappa dove sosteremo per due notti.

Se l’Islanda è la terra dei vulcani, la zona intorno al lago ne è la massima espressione. Proprio qui, più di ogni altro angolo dell’isola, si percepisce quello che si trova sotto i nostri piedi, nelle viscere della terra, tra magma, acqua sulfurea e vapore.

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Sia fuori che dentro il lago stesso ci sono decine, forse centinaia di vulcani piuttosto piccoli ricoperti da una coltre di erba che li rende veramente unici.

Se a questo aggiungiamo i campi lavici che lo circondano arrivando fino all’acqua, i tratti di costa con le incredibili formazioni di roccia nera, le rive popolate da migliaia di uccelli e le vicine aree geotermali, si tratta senza dubbio di una delle parti più interessanti dell’Islanda.

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L’unica pecca sono gli omonimi piccoli moscerini (Myvatn appunto) della zona del lago che, pur se innocui, sono veramente fastidiosi.

In circa 1 ora abbiamo fatto tutto il giro del lago fermandoci in prossimità della Skútustaðir Farmers guesthouse per entrare nell’area protetta. Si fa una passeggiata arrampicandosi fino ai crateri e godendosi il panorama sul lago.

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A circa 5 km da Myvatn lungo la strada 1 in direzione est si trovano le Solfatare di Hverir. Già avvicinandosi lungo la statale iniziano ad intravedersi le esalazioni di vapore che si sollevano da terra, come anche dalle pareti del monte sovrastante.

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Hverir è una piccola area dove sono sparse delle vasche e pozze di melma solfurea che bolle in continuazione, piccole formazioni cuneiformi o semplici fori da cui esce acqua vaporizzata e stratificazioni geologiche dei colori più disparati.

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Voltandosi verso la montagna di fronte a Hverir, oltre la strada, si notano degli enormi fumi bianchi. E’ la centrale geotermica di Krafla, è una delle più importanti del paese. Si passa con l’auto proprio accanto, potendo ammirare l’intero impianto che trasforma la potenza della natura in energia e soddisfa così il 75 % del fabbisogno dell’intera nazione.

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La centrale geotermica è sovrastata dallo scenografico cratere Viti (da non confondere però con quello di cui parleremo dopo), da non mancare considerato anche che tutti questi posti, Myvatn, Hverir, Krafla e Viti si trovano a non più di 10 minuti di auto uno dall’altro.

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Dopo tutto il girovagare e le decine di posti interessanti che abbiamo visto, la sera ci siamo concessi un po’ di relax nel complesso termale di Jardbodin (Myvatn Nature Baths) affacciato sul lago. E’ uno dei must dell’Islanda e lo abbiamo preferito alla più nota Blue Lagoon che si trova vicino a Reykjavík prima di tutto perchè ci veniva più comodo per il giro che avevamo organizzato e poi perchè la Blue Lagoon essendo nei pressi della capitale è molto più affollata e costosa.

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All’ora del tramonto ci ha regalato uno spettacolo meraviglioso: vista sul lago e sui vulcani al calar del sole mentre noi ci muovevamo pigramente nelle calde e fumanti piscine, con tanto di birra Viking in mano. Il centro chiude alle 23 e a fine agosto la temperatura esterna all’uscita era di 8° centigradi… Alla fine il raffreddore è assicurato, ma ne vale la pena!

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 6° giorno – Askja

Il giorno dopo, con non pochi timori, abbiamo deciso di addentrarci nel cuore dell’Islanda per raggiungere il cratere Askja. Finchè non ci siamo arrivati non eravamo sicuri che ce l’avremmo fatta anche perchè la sera prima abbiamo consultato guide e racconti di viaggio che mettevano in guardia sulle tante insidie del percorso.

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Situato a nord del gigantesco Ghiacciaio Vatnajokull, Askja ha eruttato ben due volte in epoca recente. La prima volta è stata nel 1875 e la seconda nel 1961. Il cratere, lungo più di un chilometro è occupato dal Lago di Oskjuvatn, supponiamo fino alla prossima eruzione, mentre accanto si trova la caldera di Viti di acqua calda sorgiva ad una temperatura di 26-27°. E’ un luogo così incredibile che con o senza il costume il bagno è d’obbligo (tanto il raffreddore ve lo siete presi già il giorno prima! :)

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Così la mattina abbiamo fatto una abbondante collazione, ci siamo fermati a ritirare la mappa al Centro turistico, a fare il pieno di carburante e comprare dei viveri (panini, caffè, acqua e altro) perché l’ultimo punto dove ci sono segni di vita è il paesino – 3 case – di Modrudalur, a circa 90km da Askja, e fino a questo e ritorno non ci sono né distributori né tantomeno luoghi di ristoro: solo deserto, rocce, sassi e lava. Perciò fate rifornimenti!

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Le strade che portano ad Askja sono due, la F905 e la F88 ma quella per la gente comune è solo la prima e i cartelli all’imbocco di entrambe sono chiarissimi: la F88 è una strada sterrata il cui accesso è consentito solo a veicoli 4×4 di “grandi dimensioni” a causa dei guadi da attraversare piuttosto impegnativi. Mentre la F905 può essere percorsa da 4×4 medi che “dovrebbero” essere in grado di attraversare i 2 fiumi lungo la strada.  Per arrivare ad Askja ci si impiegano da 3 a 4 ore, a seconda dello stile e della bravura alla guida.

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I guadi non sono molto profondi ma è consigliabile comunque fermarsi sempre, scendere dal veicolo ed ispezionare la profondità e le condizioni del passaggio. Basta una piccola variazione delle condizioni meteorologiche e il guado può cambiare di profondità.

Per il resto la strada è abbastanza facile, almeno con il tempo asciutto. Si passa per deserti lavici di sabbia grigia e finissima, a cui seguono pianure desertiche ricoperte di grossi massi e rocce monolitiche. Si passando dei torrenti agitati, per fortuna su due ponticelli altrimenti sarebbe impossibile, e solo in alcuni tratti la strada diventa un po’ più impegnativa. Tenete a mente che è aperta solo in estate, fatto alquanto indicativo!

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Nel parco ci sono alcuni ranger che controllano il territorio e prestano soccorso a chi ne ha bisogno. Segnatevi il numero di telefono. Avevamo letto che i cellulari non prendono ma tranne per brevi periodi il campo c’era.

Se vale la pena affrontare tutta questa avventura? Oh, si, assolutamente! E pensate che noi l’abbiamo fatto con i nostri ragazzi. Già poter dire di aver guidato su una strada simile è pazzesco, ma quando si raggiunge finalmente l’area di Drekagil, alle pendici del vulcano, dove si trova la base dei ranger e il punto di soccorso, ci si sente su un altro pianeta o, meglio, nel luogo più remoto, stupefacente e lontano dal mondo che esiste.

Al parcheggio sterrato dove c’è un solitario e fetido WC di mattoni, sono fermi una mezza dozzina di grossi fuoristrada con sospensioni modificate ed enormi pneumatici.

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Recuperati zaini e giacche a vento, ci incamminiamo su un sentiero pianeggiante attraversando una vallata lunare, con parecchia neve sulle pareti della montagna, e che in circa 40 minuti porta dritto al cratere. Quando ci siamo stati noi la neve era poca, mentre sappiamo che a giugno ce n’è ancora molta quindi attenzione al tipo di scarpe che indosserete.

Trovandoci sul crestone di Askja e guardandoci intorno la sensazione di stordimento e inquietudine è netta, ma allo stesso tempo adrenalinica!

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Sotto di noi il cratere Viti ci invita a scendere: le poche persone presenti (5-6 al massimo) stanno uscendo dall’acqua e nel tempo che noi siamo scesi eravamo soli soletti a fare il bagno… l’esperienza più magica della nostra vita!

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Al ritorno, salvo imprevisti come l’aver forato uno pneumatico su una pietra lavica appuntita, risolto fortunatamente con un veloce cambio gomma, fermatevi per una zuppa calda da Fjallakaffi, al bivio di Modrudalur (il punto d’accesso per Askija). Il posto è delizioso, ma dopo tutto il freddo accumulato sarà il più buon pasto della vostra vita!

viaggio in islandaNoi non lo abbiamo potuto fare per mancanza di tempo (…e anche di soldi visto che costa una fortuna!), ma è da segnalare che a Modrudalur partono anche gli helicopter tours su Askja, Myvatn e il ghiacciaio Vatnajokull.

7° giorno – Egilsstadir e i Fiordi dell’Est

Il settimo giorno riprendiamo la strada 1 e partiamo per l’esplorazione dell’Est, l’unica parte dell’Islanda dove possono attraccare navi e traghetti provenienti dall’Europa.

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Facciamo una sosta a Saenautassel dove c’è un’antica fattoria col tetto d’erba molto pittoresca che si può visitare a pagamento, poi continuiamo fino ad arrivare alla zona dei fiordi, molto bella anche se nulla a che vedere con quelli norvegesi.

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Facciamo tappa a Egilsstadir, la capitale dell’Est che ha anche un aeroporto in cui atterrano si o no due aerei al giorno. Ma forse era uno solo!

Il posto dove abbiamo prenotato si chiama Skipalaekur Cottages, una manciata di chalet affacciati sul lago, molto carini.

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Nel pomeriggio iniziamo la visita dei fiordi, interessanti soprattutto se si è fortunati con il tempo. Noi purtroppo non lo siamo stati in quanto eravamo avvolti nella nebbia e pioveva quasi sempre. :(

Tra i posti degni di nota il paesino considerato uno dei più chic d’Islanda, Seydisfjadar, nell’omonimo fiordo Seydisfjordur: tante casette colorate che si affacciano sul fiordo placido come un lago. Questo è proprio il luogo dove partono e arrivano i traghetti per l’Europa continentale e precisamente per la Norvegia.

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Purtroppo quel giorno il tempo sulla costa era davvero brutto e le nuvole basse quasi a toccare terra ci lasciavano un’unica possibilità: tornare al cottage in cui abbiamo fatto una bella cenetta in famiglia con vista lago!

8° giorno –  Jokulsarlon

Il giorno successivo ci attendeva il tratto più impressionante dell’intera Islanda, quello che più di tutti colpisce per spettacolarità e fascino. E’ la zona sud-est dell’isola che si trova racchiusa tra il ghiacciaio più grande d’Europa, il Vatnajokull, e l’oceano.

La mattina riprendiamo la strada 1 che da Egilsstadir costeggia i fiordi dell’Est. Essendo l’unica strada non si pone l’alternativa se visitarli o meno.

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I paesaggi sono bellissimi e panoramici dietro ogni curva, mentre i paesini non meritano alcuna sosta.

Man mano che ci si avvicina a Hofn, la cittadina portuale più importante della zona, l’area dei fiordi finisce e cominciano ad incontrarsi delle lunghe e nerissime spiagge battute dalle onde. Una in particolare merita sosta e passeggiata. E’ quella di Hvalnes, popolata – insieme all’adiacente laguna – da oltre 10.000 cigni.

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All’improvviso, mentre si prosegue sulla strada, si intravede in lontananza una enorme massa bianca con solchi neri che sembra scivolare giù dalle montagne. E’ gigantesca, impressionante, è la parte finale del ghiacciaio. Avevamo sempre pensato che per vedere scenari simili saremmo dovuti andare in Antartide, perciò il desiderio di correre lì diventa quasi ipnotico. Lasciamo di corsa i bagagli alla Gerdi Guesthouse con una magnifica posizione sulla spiaggia a soli 10 minuti dal ghiacciaio e ci dirigiamo alla laguna.

Jokulsarlon è l’attrazione più spettacolare di questa zona ed è unica e incredibile. Qui, la parte finale dei ghiacciaio scende nella laguna dove grossi iceberg si staccano da esso galleggiando tra le sue sponde, per poi spingersi verso una piccola apertura che la collega con l’oceano.

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Gli iceberg, di forme, dimensioni e dai colori più svariati, si ammassano vicino all’apertura dove le correnti oceaniche spingono all’interno impattando con la forza del ghiaccio che tende verso l’esterno, facendoci assistere ad una eterna lotta fra il rimanere dentro la lugana e uscirne per poi sciogliersi definitivamente.

Già da lontano, dalla strada, si scorgono quei pochi blocchi ghiacciati che sono riusciti a passare sotto il ponte raggiungendo le gelide acque dell’Atlantico.

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La nostra era una visita di ricognizione, visto che il giro nella laguna a bordo di un gommone Zodiac con la compagnia Glacier Lagoon era previsto per la mattina successiva. L’alternativa più economica sono i mezzi anfibi che fanno anch’essi una gita tra gli iceberg, probabilmente altrettanto bello ma semplicemente un po’ più affollato.

9° giorno – Jokulsarlon e il Sud

Una piccola premessa: dopo aver visto il sud dell’Islanda siamo convinti, riflettendo anche a posteriori, che contrariamente a quanto fanno tutti, il giro dell’isola debba essere fatto in senso orario, proprio come l’abbiamo fatto noi. Solo così, infatti, il viaggio diventa un crescendo di emozioni, mentre se si arriva qua già il primo o il secondo giorno tutto il resto potrebbe sembrare meno d’impatto.

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Appena fatto collazione risaliamo sulla jeep e arriviamo, alle 9 del mattino puntuali, davanti al container della Glacier Lagoon dove ci forniscono le solite tutone impermeabili e antivento e poi ci dirigiamo verso i gommoni.

Il giro nella laguna, tra gli iceberg e le foche che nuotano intorno è meraviglioso. Ci avviciniamo alla parete del ghiacciaio fermandoci comunque a una distanza di sicurezza, considerato che i blocchi che si staccano sono a volte giganteschi e possono rovesciare le barche.

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Qualche anno fa qui hanno girato uno dei film di James Bond, “Tomorrow never dies“, ottenendo l’autorizzazione di chiudere il passaggio tra la laguna e l’oceano per poterla ghiacciare completamente e girare la famosa scena dell’inseguimento sul ghiaccio con l’Aston Martin.

Inoltre, ci spiegano che nonostante i numerosi ricercatori e studiosi, nessuno ancora ha capito cosa regola lo sgretolamento del ghiacciaio: ogni tanto la laguna è infatti quasi vuota, altre volte è piena di blocchi di ghiaccio senza alcuna logica scientifica.

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Finito il giro con il gommone, riprendiamo la strada e dopo circa 3 km svoltiamo a sinistra per la più piccola, per così dire, Laguna di Fjallsárlón, molto ridotta rispetto alla Jokulsarlon, ma qui il ghiacciaio è cosi vicino da far impressione. Panorama strepitoso!

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Proseguendo, sempre lungo le pendici del Vatnajokull, ci siamo imbattuti in un altro scenario indimenticabile: lo Svinafellsjökull, un ghiacciaio che arriva fino a valle in cui ci sono le Ice Cave. Fa impressione sia per la sua vastità ma anche per la targa in cui ci si imbatte all’arrivo che annuncia la scomparsa dal 2007 di due giovani scalatori ancora dispersi.

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La strada n. 1 prosegue e dopo poco ci troviamo in mezzo ad un deserto di lava finissimo e piatto come una tavola che poi, all’altezza di Holmur, si trasforma in una serie di verdissime colline tagliate ovunque da fini cascate.

Poco oltre il paesaggio cambia di nuovo, con un altro deserto, questa volta di sassi neri ricoperti di muschio che si estendono su entrambi i lati della strada arrivando all’orizzonte. Sono panorami incredibili, mozzafiato, che cambiano in continuazione e anche se siamo quasi alla fine del nostro viaggio continuano a lasciarci a bocca aperta!

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Ed ecco che inizia il tratto delle spiagge pazzesche. La prima è la Hjorleifshofdi, segnata da una montagna verde in mezzo al nulla che nasconde un’immensa distesa di sabbia nera dominata da una gigantesca roccia monolitica.

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Segue la famosa spiaggia di Vik spettacolare con i suoi faraglioni, le bizzarre conformazioni di pietra a forma di scale e la grotta che si apre come un ventaglio. Dall’altro lato, in lontananza, si scorge in mezzo al mare un grande arco naturale e altre rocce, raggiungibili solo con dei mezzi anfibi.

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Ormai è un incessante susseguirsi di panorami spettacolari che ci attendono ad ogni chilometro. All’altezza della strada 221 che porta al ghiacciaio Solheimajokull si intravedono delle auto parcheggiate – apparentemente senza motivo perchè intorno non c’è nulla -. Accanto c’è un cancello e delle perone che camminano verso il mare. Dopo 4 km si raggiunge la spiaggia dove giace la carcassa di un aereo DC3 americano precipitato qui negli anni ’70. Quando siamo passati noi purtroppo stava sopraggiungendo un temporale, altrimenti non l’avremmo mancato, ma sarà per la prossima volta.

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Ancora qualche chilometro più avanti si raggiunge la strepitosa Cascata Skogafoss, altissima e con una scalinata che porta sulla piattaforma panoramica sovrastante l’impetuoso corso d’acqua.

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Era già tardo pomeriggio e pensavamo di aver visto tutto quando, prima di raggiungere il nostro hotel, abbiamo visto il bivio per Seijalandsfoss, un’altra cascata davvero bella, abbagliata dal sole che tramontava. Ci si può passare sotto, seguendo il sentiero lungo la parete interna. Ci ha lasciati senza parole! In una giornata avevamo visto così tante meraviglie da essere assolutamente euforici. Era il tratto più scenografico di una terra tutta magnifica e straordinaria. Roba da non credere.

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La sera ci siamo fermati a dormire nel tranquillo paesino di Hvolsvöllur dove avevamo prenotato la sistemazione più economica di tutto il viaggio tanto che credevamo che al posto dell’albergo avremmo trovato una stamberga. E invece per soli €110 abbiamo avuto una grande e confortevole camera all’Hotel Hvolsvollur, colazione compresa.

10° giorno – Il Golden Circle

Proseguendo sempre sulla Ring Road, subito dopo Selfoss, inizia il Golden Circle, una strada che tocca diversi punti di interesse molto famosi non perchè più interessanti di tutto il resto, ma soprattutto perchè vicini alla capitale e visitabili anche in pieno inverno senza troppe difficoltà.

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La prima tappa la facciamo nel parco Þingvellir dove si può ammirare il punto esatto in cui la placca tettonica Euroasiatica collide con quella Nordamericana, creando una impressionante spaccatura sulla superficie terrestre lunga chilometri. Questo luogo è importante non solo dal punto di vista geologico, ma anche a livello storico e culturale: nell’anno 930 vi venne fondato l’Althing che pare essere il più antico parlamento del mondo.

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Da li, in direzione nord sulla strada 365 siamo giunti a Geysyr dove si trova l’unico geyser attivo dell’Islanda che è anche uno dei simboli del paese. Pensavamo, come molti altri, che in Islanda i geyser fossero ovunque, perciò è stato sorprendente scoprire che in realtà c’è n’è uno solo attivo. La buona notizia, però, è che pur essendocene altri negli Usa e in Nuova Zelanda, questi eruttano solo ogni tanto, a volte a distanza di anni, mentre l’unico geyser sulla terra che si può ammirare di continuo in quanto “scoppia” ogni 8-10 minuti lo avevamo proprio davanti! A dire il vero Geysyr, che da il nome al sito non è più attivo da diversi anni, mentre quello delle foto è Strokkur.

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Trovandovi a percorrere la strada fraÞingvellirGeysyr non perdetevi un pranzo, a prezzi ragionevolissimi, nella fattoria Efstidalur II dove i tavoli sono sovrastati da vetrate che affacciano direttamente sulla stalla delle mucche. Provate l’artigianale Arctic Beer, favolosa!

Dopo pranzo ci attendeva l’ultima (solo per via dell’itinerario) meraviglia naturalistica dell’Islanda, l’enorme cascata di Gullfoss, forse un po’ troppo turistica rispetto al resto del giro che avevamo fatto negli ultimi dieci giorni, ma ciò vale per tutto il Golden Circle. Comunque merita, eccome!

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… Ma siccome in Islanda le sorprese non finiscono mai, questo viaggio ci ha regalato un ultimo inaspettato spettacolo proprio dove abbiamo dormito la notte. La guesthouse Mengi Kjarnholt si trova a pochi metri dal fiume e durante una passeggiata serale lungo le sue calme acque abbiamo assistito ad uno dei più bei tramonti della nostra vita!

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La prima (già sappiamo che non sarà l’unica!) esperienza in Islanda è stata questa, d’estate, percorrendo circa 2.400km senza nemmeno sentirli, tra vulcani e ghiacciai, off road, balene che solcano i mari, foche, iceberg, natura estrema e paesaggi mozzafiato, a due passi dal Polo Nord e a solo quattro ore di volo dall’Italia.

Dopo aver visitato circa 50 paesi possiamo dire che il viaggio in Islanda è entrato senz’altro sul podio delle nostre avventure più belle e emozionanti.

Góð ferð!

Mappa del viaggio in Islanda